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D.Marcatto, "Questo passo dell'Heresia". Pietrantonio
di Capua tra Valdesiani, Spirituali e Inquisizione, pp. 264,
2003
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| Serie Studi 25 |
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| ISBN 88-7088-434-1 |
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Esponente di una delle più illustri famiglie feudali del regno di Napoli,
avvicinatosi al circolo che si riuniva intorno a Juan de Valdés sin
dalla
fine degli anni trenta del ‘500, il giovane arcivescovo d’Otranto
Pietrantonio Di Capua ne condivise le dottrine e ne fu a lungo discepolo. Dopo
la morte del maestro spagnolo entrò a far parte del gruppo degli ‘spirituali’ legati
al cardinal Reginald Pole che frequentò a Trento e a Roma, dove si sviluppò la
sua brillante carriera curiale. Fu in contatto con personaggi come Vittore Soranzo
e
Giovanni Morone, mentre già alla metà degli anni quaranta «era
tenido en Nápoles de los luteranos por una de las cabezas de su secta».
Con il progressivo rinchiudersi degli ‘spirituali’ entro un orizzonte
sempre più improntato a un aristocratico spiritualismo nicodemitico e
con i precoci successi del tribunale del Sant’Uffizio, la vicenda dell’arcivescovo
d’Otranto rivela emblematicamente il significato della svolta politica
e religiosa di quegli anni, tra concilio e Inquisizione, potere imperiale e aspirazioni
delle influenti famiglie aristocratiche italiane: uno scontro tra gruppi di potere
diversi e contrapposti, in nome di scelte radicalmente diverse, che si sarebbe
conclusa con il successo per il sacro tribunale della fede.
All’inizio degli anni cinquanta la sua nomina cardinalizia, sostenuta e
più volte energicamente sollecitata dalla corte asburgica
e dall’autorevole protezione della famiglia Gonzaga (con la quale l’arcivescovo
d’Otranto era imparentato) venne sempre rinviata da Giulio III e ostacolata
in concistoro dai vertici del Sant’Uffizio che ne chiedevano la messa in
stato d’accusa e l’abiura. Sebbene nel 1554 Giulio III avesse imposto
all’Inquisizione di astenersi da ogni ulteriore procedimento contro di
lui, e a dispetto della costante protezione asburgica e gonzaghesca, il Di Capua
continuò a rimanere al centro delle indagini inquisitoriali , mentre lo
stesso pontefice era costretto a muoversi con cautela per sottrarsi
all’accusa d’aver «favorito heretici».
Dopo l’elezione di Paolo IV, del resto, solo la fuga nel regno di Napoli
avrebbe salvato il Di Capua da un nuovo processo, mentre di quegli «humori
antichi et punto non digeriti» si sarebbe tornato a parlare negli anni
di Pio V, quanto l’antico inquisitore avrebbe convocato a Roma l’arcivescovo
d’Otranto per chiudere «benigne et secrete» (ancora una volta
con un procedimento extragiudiziale) una vicenda durata un quarto di secolo.