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Domenico Losurdo, Autocensura e compromesso nel pensiero politico di Kant, pp. 254, 2007
SAGGI BIBLIOPOLIS 93
ISBN 978-88-7088-516-3 € 25
Considerato da non pochi dei suoi contemporanei come un «democratico radicale», Kant è stato in seguito stilizzato da una radicata e composita tradizione interpretativa a teorico dell’obbedienza all’autorità costituita, e questo a causa della sua negazione del diritto di resistenza. Punto di partenza della presente ricerca è proprio tale negazione: essa, mentre rassicurava le corti tedesche, al tempo stesso permetteva di affermare l’irreversibilità della Rivoluzione francese; la rivolta vandeana in atto contro la nuova Francia non aveva maggior titolo di legittimità di un’improbabile sollevazione rivoluzionaria contro il potere monarchico e feudale in Germania, e l’autorità degli Hohenzollern in Prussia non era più consacrata di quanto lo fosse l’autorità di Robespierre e degli altri giacobini che la propaganda reazionaria si affannava a dipingere coi colori più foschi.
Emerge qui con chiarezza la ricercata «ambiguità », la « doppiezza» di Kant, costretto ad un logorante esercizio di autocensura, ad una continua dissimulazione, tormentosa anche sul piano morale, per sfuggire al controllo delle autorità di censura e del potere politico.
C’è da aggiungere che, in un modo o nell’altro, l’autocensura finisce inevitabilmente col configurarsi anche come una forma di compromesso col potere dominante. In questo quadro si procede ad una rilettura del pensiero politico di Kant; ché, se è sufficientemente noto il difficile rapporto del filosofo con la censura, non sembra sia stata finora indagata la connessione tra «persecuzione e arte dello scrivere »; ma forse è solo questa indagine che può permetterci di sbarazzarci dell’oleografia tradizionale, per collocare Kant in una luce nuova, più umanamente drammatica e inquietante.