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A più di trent'anni dall'ultimo degli studi italiani sul Trattato
della natura umana (Santucci 1969, preceduto solo da quelli di Dal Pra,
1949, e Della Volpe, 1933), questo saggio è un'analisi filologica e
appassionata del capolavoro di David Hume, considerato dai più il massimo
filosofo di lingua inglese. Recuperato dall'oblio nel XX secolo (dal neo-empirismo
di Russell, Carnap, Reichenbach, Ayer, Quine), il Trattato può essere
un'occasione feconda di riflessione sui problemi della nostra vita mentale,
morale, politica.
II saggio presenta infatti uno Hume inedito, risultato di un attento
confronto con i classici della filosofia moderna e di una originale lettura
di Darwin 'filosofo'. Il punto di vista dell'empirismo radicale ma sofisticato
di Hume è sviluppato con un lavoro di 'depurazione' dalle contaminazioni
razionalistiche di Locke, dalle diverse interpretazioni scettiche, ma anche
dalle più recenti "forzature logicistiche o analitiche". Tale
lettura rende il pensiero di Hume molto attuale nell'analisi della mente e
della razionalità, nella conoscenza, nella morale, nella politica.
Secondo l'autrice, "la mente descritta da Hume è un complesso
processo interattivo, socio-bio-cognitivo, con evoluzioni ma anche 'regressi'
e 'mutazioni' rilevabili nello spazio e nel tempo".
La razionalità è "una pluralità e molteplicità di
'istinti della ragione'; cioè un insieme biologico, operazionale cognitivo,
sociale" che rende la ragione umana contigua a quella animale, lontana
perciò dalla ragione idealistica, razionalistica, e istruzionistica.
Alla luce di questa interpretazione, Hume può essere visto come 'l'anello
mancante' tra il modello meccanicistico di Newton e il modello selettivo-adattativo
di Darwin. E Darwin 'l'anello di congiunzione' tra Hume e le 'nuove' scienze
della mente.